La psicosomatica al femminile

Approfondimenti sulle opportunità di sviluppo & liberazione

 “La malattia non è crudele di per sé, ma di per sé benefica e proficua perché mette in luce l’errore,
il difetto, la lezione da imparare; la sofferenza è un correttivo senza il quale persisteremmo nell’errore, arrecando a noi stessi danni sempre più gravi”
(Edward Bach)

IL CORPO GRIDA QUELLO CHE LA BOCCA TACE.
Anche il corpo ci parla del rapporto con la nostra femminilità

Siamo la civiltà dei telefonini, dei palmari e di internet, delle automobili sofisticate, della microtecnologia, dell’high-tech. Siamo una civiltà maschile, fallocratica e patriarcale profondamente e drammaticamente in crisi. Nel breve volgere degli ultimi decenni abbiamo perso alcuni valori fondamentali che ci legavano alla terra, ai cicli delle stagioni, alla vita vera. Si nasce e si muore in ospedale, si fabbricano bambini in provetta e fragole con geni di pesce, si mortifica il fisico in mille modi. Tutto questo non è Naturale, e per Naturale intendo legato ai ritmi della Natura, la sola, unica, Grande Madre di tutti noi. Troppo spesso dimentichiamo il nostro lato bestiale, noi animali evoluti.

Millenni di uso eccessivo del pensiero ci rendono sconosciuti anche i più semplici moti del nostro corpo, del quale cerchiamo di controllare le reazioni ricorrendo ai più svariati farmaci chimici. Millenni di demonizzazione della carne ci creano problemi di identità, disfunzioni sessuali, malesseri psicologici. Sempre più persone, però, sentono l’esigenza di tornare ad una vita più vera, a qualcosa di Naturale. E’ Lei, la Grande Madre, che ritorna. Ritorna per riportarci a noi stessi, al nostro corpo, che non è fatto solo di pensiero ma anche di muco, secrezioni, sangue.

Sembra che, in questa nostra epoca, le donne abbiano perlopiù una morbosa cura esteriore del loro corpo paradossalmente accompagnata da altrettanta noncuranza per l’aspetto interno e per il suo ascolto. Perché il corpo ci parla e non è poi così difficile ascoltarlo se impariamo il suo linguaggio, quello analogico-simbolico.

In questa dispensa si parla dunque di psicosomatica, ovvero una branca della medicina che relaziona la mente con il corpo, cioè la sfera emozionale ed affettiva con il soma (il corpo), cercando di capire e rilevare quanto l’emozione influenzi l’organismo. Fin dall’antichità si è sempre saputo che i sentimenti producevano una certa ripercussione sull’organismo. E ai giorni nostri la medicina psicosomatica torna ad affermare che l’emozione è spesso determinante nell’eziologia della malattia. Più precisamente, questo orientamento scientifico sostiene che la malattia nasce dal rapporto dell’individuo col suo ambiente, per cui vengono presi in considerazione tanto l’aspetto psicologico che gli aspetti ambientali.

Infatti, è bene ricordare che una particolare situazione ha un preciso significato in ciascun individuo in funzione del SUO vissuto, della SUA storia e del SUO sviluppo psicologico poiché ciascuna individualità è espressione unica, inconfondibile e irripetibile. Di conseguenza bisogna valutare il carattere di un individuo, il suo atteggiamento mentale, le relazioni che instaura, il rapporto più o meno valido che ha con se stesso e con il proprio mondo emotivo. In caso contrario, anche ogni interpretazione psicosomatica diverrebbe una mera e asettica “catalogazione” al pari dei protocolli ospedalieri, mentre ogni mal di schiena è di fatto diverso…. Franz Gabriel Alexander (1891-1964), psicoanalista statunitense di origine ungherese, è stato il principale ideatore della medicina psicosomatica. Egli considerava la malattia come una funzione di parecchie variabili: ereditarietà, esperienze primordiali della prima infanzia, sonno, educazione, traumi affettivi, clima affettivo, ecc.. In altre parole egli sosteneva che ogni stato emotivo ha una sua sindrome fisiologica propria. In questo modo si possono descrivere particolarità psicologiche dell’asmatico, dell’obeso, dell’ulceroso, del coronare, del colitico, dell’anoressico, del bulimico e di ben altri ancora (un po’ come la Teoria degli Umori di Ippocrate, 460 a.C.).

Quindi guardare un individuo attraverso un’ottica psicosomatica, significa considerare l’uomo come un tutto unitario, dove la malattia si manifesta a livello organico come sintomo e a livello psicologico come disagio, ponendo l’attenzione non solo alla espressione fisiologica della malattia, ma anche all’aspetto emotivo che l’accompagna. In questo modo il corpo rappresenta non solo uno strumento di lettura, ma un elemento dinamico nel percorso di sviluppo personale.

Grazie alla disciplina psicosomatica, a mio parere davvero potente, ho appreso che il corpo e la mente non sono due cose separate e distinte, ma sono intimamente collegati e l’uno influisce sull’altro. Un’emozione, come la paura, può produrre un effetto fisiologico come il sudore, il pallore ed altre reazioni fisiche. Allo stesso modo un evento fisiologico, come il ciclo mestruale in una donna, può causare irritabilità, ansia, alterazione dell’umore ed altri sintomi psicologici. A volte il mal di testa ci arriva per tenere lontani istinti ed emozioni di cui abbiamo paura. Una carica aggressiva inespressa può essere all’origine dei nostri disturbi gastrici e la pressione alta è figlia di una tensione emotiva eccessiva. Il dolore alle ossa ci avverte che in noi ci sono dei “lavori in corso”, un processo maturativo più contorto del previsto. La reazione allergica va considerata l’ultimo anello di una catena che inizia con un conflitto affettivo. Il prurito rappresenta un’insofferenza inconscia che emerge dal nostro mondo interiore… E poi, a quanti è capitato, in un momento di tensione, di sentire “un nodo alla gola”? Ciò altro non è che la somatizzazione, ossia un’interazione diretta dei nostri processi mentali con quelli fisici. Le malattie denominate psicosomatiche sono appunto quegli stati deboli che originano dalla psiche, dalla nostra mente: il soma, cioè il corpo, non ha nulla di rotto o malato… si rende solo veicolo di ciò che la nostra mente vuole tacere o non affrontare. E così originano mal di pancia senza causa, mal di testa che insorgono solo in determinate situazioni sociali, malattie della pelle inspiegabili.

A spiegarci in modo quasi poetico, ma a parer mio molto efficace, questo collegamento corpo-mente è anche il cileno (naturalizzato francese) Alejandro Jodorowsky, uomo dai mille talenti: è infatti poeta, scrittore, fumettista, saggista, drammaturgo, regista teatrale e cineasta (anche esoterico). Anch’egli sostiene infatti che la malattia è un conflitto tra la personalità e l’anima e che quindi il corpo grida quello che la bocca tace. E che il nostro corpo ci invia di continuo messaggi che però rimangono spesso inascoltati. Cerchiamo in tutti i modi di mettere a tacere questi messaggi con farmaci, terapie, pillole di qualsiasi genere. Ma i sintomi rimangono. Forse mutano d’aspetto, ma non solo rimangono, spesso vanno a trovare e a rifugiarsi in una sede più profonda… e questo è un aspetto chiave della faccenda! I sintomi non sono altro che allarmi inviati dal nostro corpo. E proprio per questo motivo vanno accettati, ascoltati, compresi e non allontanati. Altrimenti è come spegnere l’allarme durante un incendio, il rumore non ci infastidirà più, ma il fuoco continuerà a divampare, farsi strada e a fare danni. Il fatto di non avvertire più il suono, non significa cioè che l’incendio sia stato realmente domato. A tal proposito egli ha scritto:

Molte volte…
Il raffreddore “cola” quando il corpo non piange.
Il dolore di gola “tampona” quando non è possibile comunicare le afflizioni.
Lo stomaco “arde” quando le rabbie non riescono ad uscire.
Il diabete “invade” quando la solitudine duole.
Il corpo “ingrassa” quando l’insoddisfazione stringe.
Il mal di testa “deprime” quando i dubbi aumentano.
Il cuore “allenta” quando il senso della vita sembra finire.
Il petto “stringe” quando l’orgoglio schiavizza.
La pressione “sale” quando la paura imprigiona.
Le nevrosi “paralizza” quando il bambino interno tiranneggia.
La febbre “scalda” quando le difese sfruttano le frontiere dell’immunità.
Le ginocchia “dolgono” quando il tuo orgoglio non si piega.
Il cancro “ammazza” quando ti stanchi di vivere.
Ed i tuoi dolori silenziosi? Come parlano nel tuo corpo?
La malattia non è cattiva, ti avvisa che stai sbagliando cammino.

A livello prettamente fisico, e quindi chimico, è come se l’espressione motoria (che tradotta verbalmente si può esprimere in termini di aggressività o di angoscia), nel momento in cui è ostacolata (bloccata), trovasse il modo di manifestare ugualmente le scariche del sistema nervoso centrale orientandole però verso il sistema vegetativo, a sua volta in grado di provocare disturbi patologici nella funzionalità degli organi.

A volte, la malattia psicosomatica si esprime con un temporaneo stato di allerta del sistema nervoso centrale, che provoca un transitorio malfunzionamento di un organo, il quale, finito l’allarme, tornerà al normale funzionamento. Ma vi sono dei casi più gravi, in cui, se l’influsso negativo del SNC si fa più prolungato, più duraturo o più intenso, la malattia psicosomatica può manifestarsi in maniera più seria. In poche parole le malattie psicosomatiche sono quelle patologie che si evidenziano e colpiscono il corpo, ma nascono e trovano la loro origine nella psiche. In base a questo assunto: “ogni sintomo è un messaggio” (come direbbe l’esperta di Metamedicina Claudia Rainville), anche sul modo in cui viviamo la nostra femminilità… Per questo motivo, qui di seguito vi propongo un breve excursus in tal senso.

ORGANI SESSUALI FEMMINILI E PATOLOGIE CORRELATE
Ciò che nel nostro corpo ci parla della nostra femminilità (o mascolinità) è l’apparato riproduttivo, anche rispetto alle nostre relazioni con gli altri. Nella donna esso è formato principalmente da: ovaie, tube, utero e vagina, ma in questa sezione, oltre all’apparato genitale (sempre declinato al femminile ovviamente), io prenderò in considerazione anche il seno come simbolo di maternità, “nido” materno e affettività. Intendo, altresì, dedicare una sezione particolare ed estremamente dettagliata alle mestruazioni, considerato che, forse più di altro, riflettono il modo in cui la donna vive la propria femminilità. Tra l’altro, spesso, quando si presenta un problema che riguarda gli organi della riproduzione, questo coinvolge anche il centro laringeo (la gola, la tiroide o le vie respiratorie), ovvero il centro della creatività. Basta notare il cambiamento di voce che si produce nei ragazzi durante la pubertà. I disturbi che riguardano l’apparato riproduttivo femminile sono collegati a svariate motivazioni: dal senso di colpa alle separazioni, dai problemi della famiglia alle convinzioni errate, senza dimenticare purtroppo gli episodi di violenza, anche sessuale. Tuttavia in questa sezione io approfondirò solo le somatizzazioni legate al rifiuto della propria femminilità.

Le ovaie: sono due ghiandole che secernono, a turno, l’ovulo che potrà unirsi allo spermatozoo. Inoltre secernono ormoni (estrogeni, progesterone) che determinano l’aspetto femminile e servono allo sviluppo della mucosa uterina per consentire la fecondazione e lo sviluppo dell’ovulo. Le ovaie rappresentano la femminilità e la creatività, perché è grazie ad esse che la donna può dare la vita. La creatività può riguardare tanto la nascita di un figlio quanto quella di un progetto. I dolori alle ovaie possono essere collegati alla difficoltà di accettare la condizione femminile, vuoi perché abbiamo visto nostra madre dominata, sottomessa e cancellata di fronte a nostro padre, vuoi perché i nostri fratelli godevano di privilegi che non ci erano concessi, vuoi perché sentiamo che è difficile assumere il posto che ci compete in un mondo diretto e governato in gran parte da uomini. I dolori alle ovaie possono provenire anche da una preoccupazione nei confronti di un figlio o di un progetto che desideriamo mettere in cantiere. Per lo stesso motivo anche l’Ovarite (detta anche Annessite), ovvero l’infiammazione di una o entrambe le ovaie, può essere legata a collera o senso di ribellione nei confronti della nostra condizione di donna o rispetto alla condizione delle donne in generale. La cisti ovarica, invece, risulta molto spesso dal dolore per una perdita o da una grande delusione proveniente dalla nostra creatività. Può trattarsi dell’aborto di un progetto, di un feto, oppure della morte di un figlio, o infine della difficoltà di procreare. Infatti va sottolineato che il tumore dell’ovaia (che, come simbologia, è molto simile alla formazione di una semplice cisti, di cui sopra) è tre volte più frequente nelle donne che non hanno figli. In questo caso, la profonda svalutazione della propria femminilità sarà dovuta al fatto di non aver potuto dare la vita.

Le tube uterine: sono le vie di escrezione dell’ovulo, situate tra l’ovaia e l’utero. Essendo il luogo di incontro fra ovulo e spermatozoo, riguardano la relazione (comunicazione) fra l’uomo e la donna (perlopiù partner o ex partner sessuale). Il dolore a una tuba ci parlerà dunque di un conflitto maschile-femminile. La donna può essere in collera perché ha l’impressione che il suo partner si aspetti che lei si assuma tutte le responsabilità della coppia e si aspetti tutto da lei. Il fibroma alle tube, similmente, è invece connesso con un senso di svalutazione che riguarda la relazione di coppia, per esempio ci si può colpevolizzare di far soffrire i bambini a causa di difficoltà nella relazione di coppia.

L’utero: è un organo cavo, di tessuto muscolare, a forma di pera rovesciata. La parte inferiore, più stretta, sfocia nella vagina all’altezza del collo dell’utero. L’endometrio è una mucosa particolare che tappezza l’utero e subisce modifiche durante il ciclo mestruale, ispessendosi sotto l’influenza degli ormoni prodotti dall’ovaia. L’utero è il luogo dell’annidamento e, in quanto tale, rappresenta la famiglia. Ecco, qui di seguito, le principali patologie legate all’utero:

Fibroma dell’utero: è un tumore formato da tessuti fibrosi. Molto spesso è legato a un senso di colpa, a una preoccupazione o a rimpianti che nutriamo nei confronti della perdita o della sofferenza di un membro della famiglia (soprattutto di un figlio per la cui dipartita ci si sente responsabili, nel senso di non averlo potuto impedire, per il rimpianto di non averlo potuto aiutare o per non avergli detto di amarlo), di un aborto spontaneo avvenuto quando il feto era prossimo a poter essere salvato, per un aborto (anche subìto) per cui non ci si è perdonate, oppure può trattarsi del non essere riuscite ad avere figli.

Utero retroverso: la retroversione uterina è molto spesso collegata alla paura di rimanere incinta per la prima volta, o anche in casi successivi. Temiamo di non poter tenere la situazione sotto controllo. La retroversione molto spesso comporta l’esportazione dell’utero, che, inconsciamente, traduce il nostro desiderio di non avere figli o di non averne più. Questo problema colpisce soprattutto le donne che, temendo che il loro compagno voglia altri figli, si trovano così la scusa ideale per non averne più.

Prolasso dell’utero: l’utero può scendere nella vagina e manifestarsi all’esterno della vulva. Questo problema può tradurre il desiderio di porre fine alle relazioni sessuali considerato che questa affezione la impedisce. E’ possibile che si voglia mettere fine alle relazioni sessuali per punire l’altro, per timore di una nuova gravidanza, oppure perché non ci sentiamo rispettate nel nostro corpo di donna.

Cancro al collo e al corpo dell’utero: quello al collo dell’utero è il più frequente nella donna e denota molto spesso una profonda delusione vissuta con un partner sessuale. Quello al corpo uterino, invece, risulta perlopiù da forti emozioni, vissute all’interno del proprio gruppo familiare (con il marito, con uno dei figli o con i nipotini). Può anche riguardare qualcuno che abbiamo amato come se fosse un figlio.

Metorragia: questi sanguinamenti provenienti dall’endometrio fuori dal periodo mestruale sono in genere collegati a una perdita di gioia. Provenendo dall’utero, esprimono quasi sempre una perdita di gioia collegata alla propria famiglia. Quando invece si tratta di menorragia, ovvero di mestruazioni abbondanti, può trattarsi di una perdita di gioia legata al fatto di non poter avere bambini.

Endometrite ed endometriosi (e sterilità): per endometrite si intende l’infiammazione della mucosa uterina (endometrio). Questa può risultare dal dolore di non riuscire a rimanere incinta, essere collegata alla collera nei confronti di un partner che ci rifiuta la gioia di essere madri, o risultare da conflitti di famiglia. L’endometriosi, invece, è una malattia caratterizzata dalla presenza di mucosa uterina fuori dal luogo in cui si trova normalmente. Questa affezione è quasi sempre collegata al timore delle conseguenze della nascita di un bambino. Le donne che ne soffrono hanno a volte paura che un bambino venga a prendere il loro posto, a spezzare l’armonia di coppia, oppure temono di condurre il bambino in un mondo che, a loro volta, non hanno accettato.

Caso personale: A me è stata diagnosticata l’endometriosi intorno all’età di 28 anni (al termine di 10 anni di relazione che avrebbe dovuto sfociare in un matrimonio e nello stesso periodo in cui avevo iniziato ad affrontare ed elaborare le dinamiche della mia famiglia di origine in un percorso di psicoanalisi) e circa un anno dopo la fine dei miei studi sulla Psicosomatica e sulla Medicina Naturale (a quel punto ero arrivata a 33 anni), fu il libro sulla Metamedicina di Claudia Rainville (“Ogni sintomo è un messaggio”) a fornirmi una ancora differente lettura di questo disturbo. Ricordo ancora il pugno nello stomaco che avvertii mentre leggevo quella teoria, per quanto quelle parole risuonassero dentro di me e rispecchiassero fedelmente il mio stato d’animo di allora. Secondo questa ipotesi aggiuntiva l’endometriosi è spesso causa di sterilità perché le donne che ne soffrono spesso rifiutano la gravidanza in quanto si sentono ancora figlie, ovvero si sentono ancora in credito e nell’aspettativa di ricevere quell’affetto che, a loro parere, è stato loro negato. In altre parole, in questa loro aspettativa di “ricompensa” non si sentono pronte a donare quell’amore incondizionato (come quello che dovrebbe essere quello genitoriale) che rivendicano ancora per se stesse.

Fu questa nuova consapevolezza insieme alla medicina omeopatica a regalarmi la “guarigione”. In realtà l’unica cura totalmente efficace in questi casi è l’asportazione chirurgica dell’endometrio extra-uterino. E’ quest’ultimo, infatti, che contraendosi anch’esso durante il ciclo mestruale per l’espulsione sanguigna, causa dolori estremamente intensi, tanto da essere paragonati a quelli del parto e tanto che molto spesso la maggior parte degli analgesici riesce solo a ridurre ma non a far scomparire del tutto. Infatti per me “guarigione” ha significato avvertire un lieve dolore durante i primi giorni ma poter continuare a svolgere le mie attività quotidiane. Quello che accadeva prima, invece, era che nei primi tre giorni di ciclo non mi alzavo dal letto neanche con le punture di Buscopan in pancia, il che creava per me ogni mese una situazione molto dolorosa sia dal punto di vista fisico sia da quello psicologico, poiché mi costringeva in una condizione davvero invalidante. Forse anche per dare ragione sia a mia madre sia a mia nonna che per tutta la vita mi hanno ripetuto che per noi donne la vita è decisamente più dura e difficoltosa e composta prevalentemente da sacrificio e dolore.

A proposito, invece, di guarigione effettiva e totale a livello fisico, desidero spendere giusto due parole su un altro mio caso personale, sebbene non tratti di una somatizzazione al femminile. Sin da piccola, per i numerosi sfoghi epidermici, sono stata subito definita un “soggetto atopico”, atopia che si manifestava con bubboni di intensità massima sulla pelle (i cosiddetti tre più: + + +) ad ogni prick-test e principalmente con una intensissima febbre da fieno stagionale. Ho passato la prima parte della mia vita imbottita di vaccini antiallergici e di antistaminici, e nonostante ciò, con l’arrivo della primavera, a malapena riuscivo ad uscire di casa dati i continui starnuti e gli occhi pruriginosi e lacrimanti. Una delle domande che mi rivolsero al mio esame orale di psicosomatica fu proprio attinente al profilo psicologico degli allergici. Risposi correttamente, ma il docente aggiunse queste parole, che si fissarono indelebilmente nella mia mente ma evidentemente anche nelle mie cellule: “Di solito la loro over-reaction è dovuta al fatto che non sentendosela di esprimere la loro aggressività al di fuori, spesso per il timore di ferire, ritorcono questa aggressività verso se stessi”. Davvero non so spiegarmi razionalmente cosa successe, ma diciamo che già dal giorno successivo la mia bambina interiore si stufò di fare sempre la brava e si tolse un paio di sassolini dalla scarpa insieme ad un paio di rospi dalla gola. Da quel giorno dovetti ancora lavorare parecchio sulla paura di esprimere la mia rabbia o anche solo il mio punto di vista, ma, in ogni caso, ogni sintomo allergico scomparve incredibilmente e contemporaneamente alla comparsa di questa nuova consapevolezza. Non ho mai più preso un solo antistaminico da allora.

VAGINA
La vagina è collegata alla sessualità e rappresenta il principio femminile, il ricettivo, o yin. E’ il canale in cui si incontrano il principio femminile e quello maschile. Ecco, qui di seguito, le principali patologie legate alla vagina:

Vaginite: L’infiammazione della mucosa vaginale si traduce in leucorrea (perdite bianche), pruriti, bruciori e fastidio durante il coito (dispareunia). Questa infiammazione può risultare da un’infezione dovuta ad agenti diversi: micosi (la più frequente è quella della Candida Albicans), agenti batterici (stafilococco, streptococco, gonococco), parassiti (trichomans, ecc.), virus (herpes). Le vaginiti esprimono spesso collera nei confronti del partner sessuale o un rifiuto nei confronti degli uomini causato da un abuso o da una violenza. Possono risultare anche da sensi di colpa legati a tabù sessuali. La vaginite può anche parlarci di un senso di colpa per essersi lasciata sedurre troppo facilmente, o per aver ingannato il proprio partner o per aver usato la propria sessualità a fini personali o per avere avuto relazioni con un uomo sposato, per aver avuto rapporti sessuali al di fuori del matrimonio o senza amore, eccetera. In ogni caso la vaginite esprime questa frase: “Non mi toccare!”.

Vaginismo: è una contrazione involontaria dei muscoli perivulvari che rende difficili e dolorosi i rapporti e persino l’esame ginecologico. Il vaginismo, infatti, può anche rendere impossibile la penetrazione. Il vaginismo, quindi, è legato alla paura della penetrazione in seguito ad un trauma, per esempio come quello della penetrazione forzata.

Abrasioni / ascessi vaginali / secchezza vaginale: l’abrasione ci parla del sentirsi lacerata tra due partner sessuali, mente l’ascesso o foruncolo vaginale esprime un’insoddisfazione rispetto alle proprie relazioni sessuali. La secchezza vaginale ha luogo quando si prova paura o disagio nei confronti del rapporto sessuale e quindi si vuole porre un freno, oppure quando c’è un calo di desiderio nei confronti del proprio partner sessuale.

Condiloma: è un piccolo tumore benigno, di forma arrotondata, che si localizza nelle mucose e in particolare sul bordo degli orifizi naturali (vulva, ano). I condilomi esprimono spesso collera nei confronti degli uomini che abusano sessualmente delle persone più deboli o senso di colpa nei confronti della sessualità che si vive.

IL SENO
I seni sono ghiandole a secrezione doppia. La secrezione esterna produce il colostro e il latte, quella interna fornisce gli elementi indispensabili al funzionamento di altre ghiandole. Il seno si compone di un gruppo di ghiandole inserite in un tessuto adiposo. I loro canali, o dotti, conferiscono nel capezzolo. L’areola contiene ghiandole sudoripare, ghiandole sebacee e follicoli piliferi. Il seno rappresenta la maternità, il “nido” materno e l’affettività. In una donna destrimane, il seno sinistro riguarda l’aspetto materno, ossia le relazioni con le persone nei confronti delle quali si hanno atteggiamenti materni, oppure il “nido”, la casa, il proprio nucleo familiare. Il seno destro, sempre per una donna destrimane, riguarda l’affettività, le persone che abbracciamo, che ci “stringiamo al petto”. Per la donna mancina, vale il contrario. Vi è però un’eccezione di cui bisogna tener conto. Un’emozione intensa legata ad un dolore di separazione con il partner può colpire il seno destro (l’aspetto affettivo in una donna destrimane). Se però quell’emozione è in risonanza con un dolore di abbandono vissuto durante l’infanzia (quando, cioè, la mamma badava a noi) l’unico seno colpito sarà il sinistro. La medesima situazione, in una donna mancina, colpirà il seno destro. Se entrambi i sensi sono colpiti, vuol dire che l’emozione riguarda tanto l’aspetto affettivo quanto l’affetto materno.

Caso personale: Nel dicembre 2009, il giorno del mio quarantesimo compleanno (1° dicembre), sono stata operata al seno destro per un sospetto epitelioma (tumore maligno). La scoperta risaliva a settembre, quindi poco meno di 3 mesi prima. Nel lasso di tempo trascorso dai primi esami diagnostici e rivelatori all’asportazione chirurgica del nodulo, ho cercato, tra uno stato d’animo e l’altro, di utilizzare il tempo in maniera costruttiva indagando dentro la mia anima e parlando con il mio corpo (anche con l’esercizio gestaltico delle sedie!). In questo intenso percorso mi sono “imbattuta”, tra le varie cose, in un terapeuta hameriano (Giorgio Mambretti, autore del libro “La Medicina Sottosopra”, tra gli altri), con il quale ho sostenuto semplicemente un paio di colloqui (il colloquio, oltre tutto, è lo strumento terapeutico elettivo secondo la Nuova Medicina Germanica di Ryke Geerd Hamer). Rammento, come se fosse ieri, la maniera in cui il nodulo iniziava a pulsare chiaramente e acutamente non appena il Dott. Mambretti mi poneva i suoi particolari quesiti o mi introduceva in particolari visualizzazioni in cui mi faceva rivivere la scena che io identificavo maggiormente con il trauma vissuto. Per il resto, lui confermò l’analisi che io avevo già estrapolato dalla mappa di Hamer: “profondo dolore legato alla separazione da un partner”; sebbene lui aggiunse al quadro d’insieme (in base alla posizione precisa del nodulo all’interno della mammella) anche qualche ragionamento sul “senso di protezione” che io mi aspettavo dagli uomini, argomentazione che non potei che confermare. Perché non era certamente la prima occasione in cui provavo il lacerante (almeno per me) dolore dell’abbandono o della separazione, ma forse per la prima volta gettai (finalmente) la spugna rispetto all’illusione che un uomo (e comunque una persona fuori di me) potesse totalmente proteggermi e prendersi cura di me. Negli approfondimenti della letteratura hameriana eseguiti in autonomia su questo specifico carcinoma, scoprì altresì che in questo caso si prevedeva una crescita del nodulo pari a circa 1 mm al mese a partire dal momento del trauma emotivo e fui abbastanza sconvolta nel realizzare che, in base ai vari esami radiologici, la misura stimata della mia cisti era pari a 7 mm e che io avevo lasciato il mio compagno esattamente 7 mesi prima. Ad operazione chirurgica conclusa, con esame istologico definito, furono invece i medici a rimanere piuttosto sconvolti quando constatarono che non solo il nodulo non aveva proliferato per via linfatica, ma si era addirittura ridotto, due fenomeni considerati impossibili quando si tratta di una neoplasia altamente infiltrante, così come era classificata la tipologia di nodulo che io avevo sviluppato. Rimasero anche sbalorditi circa la mia immediata ripresa dall’anestesia totale (e anche della rapidissima guarigione della ferita), sia in termini di effetti collaterali (totalmente assenti) ma anche di coscienza ed appetito! In questo caso devo ringraziare l’arnica in granuli e in pomata, rimedio omeopatico che definirei miracoloso in questi frangenti. Inutile dire che per me fu un’esperienza profondamente toccante ed istruttiva. Mi spiace solo che il chirurgo, assistente del Prof. Umberto Veronesi e con una pregressa esperienza di 30 anni nei Reparti Oncologici tra IEO e Istituto dei Tumori, non gradì per nulla i libri di Mambretti e di Hamer di cui gli feci dono. In effetti, col senno di poi, forse fui io ad avere un’infelice idea… ma mi bastò l’happy ending (quel tipo di nodulo sviluppa recidive nell’90% dei casi, ma a tutt’oggi tutti i miei esami di controllo periodici sono sempre risultati negativi).

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LEGENDA

– La SCIENZA Kinesiologica (il nome deriva dal greco e significa kinesis = movimento + logos = scienza), tutt’ora diffusamente applicata anche in ambito sportivo, nasce nel 1964 in America grazie alla geniale intuizione del Dottor Goodheart, il quale notò che, toccando specifici punti e manipolando specifiche strutture del corpo dei propri pazienti, la loro forza muscolare variava notevolmente e molti disturbi ad eziologia ignota e apparentemente inspiegabili scomparivano. Dopo anni di ricerca scientifica si giunse alla conclusione che attraverso la valutazione clinica manuale della funzione muscolare si identificano variazioni nello stato di integrazione centrale dei motoneuroni alfa. Dunque, in termini pratici, si tratta di una disciplina che consente, mediante “semplici” test muscolari (uno di questi è chiamato O-Ring), di ottenere informazioni sullo stato di equilibrio dell’individuo a livello fisico/strutturale, mentale/emotivo e biochimico/nutrizionale. Il Professionista, esercitando manualmente una specifica pressione sugli arti del cliente (a volte anche in base ai punti di agopuntura), valuta la prontezza e la qualità di risposta dei muscoli rispetto agli stimoli esercitati. La risposta dei muscoli varia quando il corpo non è ben organizzato per affrontare in maniera adeguata i vari tipi di stress a cui viene sottoposto il sistema corpo/mente. Secondo la Kinesiologia Emozionale nel corpo è inscritta anche la mappa delle emozioni e grazie alla sua tecnica diagnostica (che prevede appunto di “interrogare direttamente” il corpo ottenendo risposte in base all’intensità muscolare – abbiamo tutti esperito quanto ci si senta fiacchi quando non si sta bene) è possibile anche identificare le origini dei blocchi emotivi causati dai traumi. Anche secondo questa tecnica, dunque, ogni blocco emozionale si ripercuote nel corpo ed è identificabile attraverso una particolare debolezza muscolare. La tecnica è utilizzabile anche per testare (non senza un controllo medico) allergie, intolleranze alimentari ed efficacia di rimedi curativi rispetto alla costituzione fisica individuale e alla problematica personale. Ho voluto insegnare alcuni fondamenti di base di questa disciplina alle componenti del gruppo, poiché ritengo che il Counseling possa e debba anche fornire strumenti anche molto pratici per conoscersi meglio e migliorare il proprio benessere.

– La “Metamedicina” è stata fondata da Claudia Rainville nel 1987. La radice del termine “meta” in greco significa “andare al di là” mentre in lingua pali (lingua parlata in India all’epoca di Gesù) significava “amore” o “compassione”. Secondo l’autrice del libro “Ogni sintomo è un messaggio”, questi due significati esprimono bene cosa sia la Metamedicina, ovvero una medicina di compassione e di risveglio della coscienza, in altre parole un percorso di crescita personale. “Se prendiamo come termine di paragone un iceberg – afferma la terapeuta canadese – possiamo dire che la medicina tradizionale si occupa della parte emergente, poiché tratta i sintomi e i dolori e corregge i problemi di funzionamento organico anche per mezzo di interventi chirurgici. La Metamedicina si occupa invece della parte sommersa dell’iceberg, che riguarda piuttosto la parte inconscia, legata ai sentimenti e alle emozioni, per tentare di scoprire qual è l’evento, vissuto o sperimentato dalla persona, che ha dato origine al sintomo che lo affligge.

– Ryke Geerd Hamer (Mettmann, 17 maggio 1935) è un medico tedesco non più abilitato alla professione. È noto per aver elaborato, a partire dal 1981, una medicina alternativa conosciuta come “Nuova Medicina Germanica (NMG)”, oltre che per la vicenda di suo figlio Dirk, ucciso da un colpo di arma da fuoco da parte di Vittorio Emanuele di Savoia. Hamer sostiene che la genesi di ogni patologia (anche e soprattutto quella tumorale) sia dovuta a presunti conflitti emotivi non risolti e che tali traumi psichici sarebbero visualizzabili negli esami TAC. Hamer sostiene di aver trovato conferma delle sue ipotesi in tutti i casi che ha esaminato, che a suo dire sarebbero circa 30.000 e in base ai quali ha redatto una mappa. Le cinque leggi biologiche su cui si fonda la nuova medicina ci mostrano i criteri secondo i quali ogni malattia si genera e si sviluppa contemporaneamente ai tre livelli: psichico, cerebrale (in questo caso il trauma sarebbe chiaramente visibile tramite TAC sotto forma di una macchia a livello cerebrale) ed organico. E a livello fisico, l’organo bersaglio colpito dipenderà all’emozione coinvolta, ovvero la rappresenterà simbolicamente in modalità analogica come accade nella Medicina Tradizionale Cinese. Parallelamente, infatti, anche la MTC afferma che tutte le malattie e le sofferenze fisiche di origine interna nascono dallo squilibrio delle emozioni. Il Taoismo, la cui filosofia è alla base dell’energetica cinese, individua cinque emozioni primarie collegandole ai principali organi interni: la gioia al Cuore, la collera al Fegato, la paura al Rene, la tristezza al Polmone, il pensiero ansioso alla Milza. Questa classificazione non è arbitraria, le emozioni si manifestano nel corpo in maniera fisiologica essendo necessarie alla vita e all’equilibrio degli organi stessi, ma possono manifestarsi in maniera patologica creando degli squilibri: il Cuore si apre in un clima gioioso, ma la troppa gioia fa palpitare il Cuore e sconvolge il plesso solare; la collera può essere una valvola di sicurezza per salvaguardare l’integrità del Fegato, ma la rabbia in eccesso lo danneggia; la paura ci stimola ad agire con prudenza conservando l’energia nei Reni, ma se sproporzionata e irragionevole provoca una perdita di liquidi e di energia essenziale; la tristezza favorisce l’interiorizzazione e la sensibilità percettiva utili al Polmone, ma l’eccesso o la mancanza di pianto blocca il petto e intasa le vie respiratorie; la riflessione è necessaria alla Milza per dare forma ai pensieri, ma l’eccesso di preoccupazione provoca disturbi allo stomaco. Non ci sono quindi emozioni negative in sé, ognuna ha la sua funzione nel garantire e favorire la vita, sono le emozioni eccessive o cronicamente trattenute che fanno nascere le patologie. Come scrive E. Bach (“inventore” della omonima Floriterapia), da me citato proprio all’inizio di questo capitolo, la malattia non è malvagia di per sé, ma avvisa unicamente che stiamo non tanto sbagliando (come scrive A. Jodorowsky), bensì, a mio avviso, “ERRANDO”, secondo la reale etimologia della parola, che non significa commettere uno sbaglio, ma bensì e semplicemente “ALLONTANARSI” dal cammino scelto dalla nostra anima.