Lavoro e leadership al femminile

Approfondimenti sulle opportunità di sviluppo & liberazione

Lavoro e leadership al femminile

Approfondimenti sulle opportunità di sviluppo & liberazione

  “Quando una donna migliora la sua vita,
l’intera famiglia ne è positivamente influenzata.
Per il bene del mondo è necessario
che noi donne siamo unite in prima linea”
(Lucia Giovannini)

DONNE, LAVORO & SOCIETA’ MODERNA
Riconoscere i condizionamenti del passato e accogliere le sfide richieste dal futuro, un Nuovo Modello di Leadership

Noi abbiamo imparato a tessere 60-70 anni fa…
Per comprendere meglio il conflitto di ruolo intervenuto ad un certo punto tra maschile e femminile nella nostra civiltà occidentale, vorrei utilizzare come riferimento un caso antropologico che riguarda, tuttavia, un paese molto lontano da noi.

Nel Nord della Tailandia si trova infatti una tribù molto studiata dagli antropologi perché mantiene lo stile di vita tribale dei nostri antenati. La tribù è quella dei HMONG (di etnia cinese); vivono in famiglie allargate e uno degli elementi caratteristici è una divisione netta dei ruoli tra uomini (che escono a lavorare) e donne (che invece accudiscono i bambini, i vecchi e i malati). In altri termini, le donne Hmong parlano, mangiano e stanno con le altre donne, così come gli uomini stanno tra di loro per lavorare e chiacchierare.

Spostandoci un po’ di più verso il Laos, troviamo il luogo dove vivono i LAO. Si tratta di una tribù la cui organizzazione sociale è molto simile a quella dei Hmong, almeno fino a che, recentemente, si è registrato un cambiamento che ha sconvolto la loro vita: le bambine Lao hanno imparato a tessere. E imparando a tessere la seta, queste hanno iniziato lavorare e quindi a guadagnare, spesso più soldi dei loro padri.

Una parte dei loro guadagni andava in famiglia mentre una parte veniva trattenuta dalle bambine stesse, che per lo più investivano il denaro rimanente nello studio, magari frequentando l’università a Bangkok. Una volta adulte e laureate tornavano spesso al villaggio e fondavano una loro attività. Quasi sempre, poi, convolavano a nozze, magari con il fidanzatino di sempre. E qui iniziavano i problemi. Perché lavoravano, ma dovevano comunque badare alle loro mansioni di accudimento. Gli uomini, vedendo che non c’era più bisogno di loro, hanno iniziato a bere e a scommettere con i soldi delle mogli, cosa che non andava molto a genio a quest’ultime. Ma non solo a loro, bensì anche alle sorelline e alle figlie più piccole che osservavano quello che stava accadendo davanti ai loro occhi. Ma la cosa più grave è che, introiettando tutto ciò, ovvero portando dentro quello a cui assistevano, prendevano delle decisioni: io non mi sposerò mai e non farò figli.

E’ stato questo fenomeno a provocare un cambio repentino nella tribù, in primis concretizzatosi in un notevole calo demografico. A tutt’oggi, infatti, il villaggio si presenta mezzo vuoto, tanto che chi è rimasto non sa come andare avanti e molte di loro si stanno sposando con degli stranieri.

La tesi che vorrei dimostrare è che, quello che è successo a loro, non è, in fondo, tanto lontano da quello che si verificato nella nostra popolazione! Le donne occidentali, infatti, hanno imparato a “tessere” 60-70 anni fa, all’inizio del secolo scorso, e anche questo ha portato uno sconvolgimento non solo nella nostra società, ma anche, conseguentemente, nella relazione tra uomo e donna.

Credo profondamente che uno dei compiti della nostra generazione sia quello di creare nuovi modelli di femminile e quindi di relazione con il maschile. I nostri nonni e i nostri genitori hanno lavorato tutta la vita per darci una sicurezza economica e fisica, ovvero un tetto sulla testa, un ambiente riscaldato e del cibo sulla tavola. L’aspettativa di vita si è indubbiamente allungata e, per fortuna, in molte zone del mondo non si rischia più di morire di fame.

Per questo motivo credo che il compito delle nuove generazioni sia quello di portare tutto questo lavoro a livello emotivo e spirituale. E per fare questo dobbiamo trovare nuovi modelli, un nuovo equilibrio e una nuova pace tra maschile e femminile.

Credo altresì che questa “rivoluzione” dovrà partire ancora una volte dalle bambine. Per questo motivo chiedo molto spesso alle mie clienti e ai mie seminari:

• Che esempio siete come madri e come donne?

• Che storie raccontate alle vostre figlie e alle vostre nipoti?

• E alle figlie delle vostre amiche?

MA CHIEDO ANCHE:

• Che storie sono state raccontate a voi?

• E le vostre mamme, nonne e zie, che esempi di potere femminile sono state per voi?

• E che storie vi sono state raccontate?

Tutto parte da qui, perché con il latte si assume anche altro. Insieme al latte e all’eredità fisica noi riceviamo un nutrimento e un’eredità psicologica. Sono anche le storie che ci vengono raccontate e gli esempi che abbiamo davanti agli occhi che ci rendono quelle che siamo. In altre parole nutrimento e osservazione creano il modellamento. Queste sono le nostre radici ed è molto importante ricercarle, rivisitarle e riconnetterci con loro per mettere insieme tutto il puzzle. Andare in profondità nelle nostre radici è come entrare nella profondità di noi stesse per comprenderci meglio. Se andiamo indietro, anche nella nostra storia c’è stata la soppressione del femminile, per es. l’Inquisizione. E questa è sicuramente ancora rintracciabile nella nostra memoria cellulare. Per centinaia di anni le donne sono state trascinate nude per strada, torturate e uccise. Per centinaia di anni queste erano le storie e le frasi che venivano raccontate e ripetute alle bambine (anche legge e religione contribuiscono a creare l’inconscio collettivo):

“La donna è un animale né saldo né costante.
E’ maligna e mira ad umiliare il marito.
E’ piena di cattiveria e principio di ogni lite e guerra, via e cammino di tutte le iniquità”
(Sant’Agostino)

“La donna è un errore della natura, […] con la sua eccessiva secrezione di liquidi e la sua bassa temperatura essa è fisicamente e spiritualmente inferiore, […] è una specie di uomo mutilato, fallito e mal riuscito, […] la piena realizzazione della specie umana è costituita solo dall’uomo. […] La femmina, infatti, ha bisogno del maschio non solo per la generazione, come negli altri animali, ma anche come suo signore, perché il maschio è più perfetto quanto a intelligenza ed è più forte quanto a coraggio (San Tommaso d’Aquino)

Bibbia – Genesi 19,5 – Chiamarono Lot e gli dissero: «Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!». 6 Lot uscì verso di loro sulla porta e, dopo aver chiuso il battente dietro di sé, 7 disse: «No, fratelli miei, non fate del male! 8 Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto».

Le Streghe e le donne che correvano coi lupi
Per centinaia di anni la magia venne condannata, ma alla fine la magia nient’altro era che lo studio e la passione, il dire il proprio pensiero, la vitalità e il contatto con la natura. Per questo si veniva uccise. Pertanto le madri cosa potevano insegnare alle loro figlie? Di stare buone o di praticare la magia a voce bassa, o addirittura di stare completamente in silenzio. E bastano solo 3 o 4 generazioni, affinché questo messaggio venga trasmesso per 100, 200, 300, 400 anni.

Per centinaia di anni alle donne è stato proibito di studiare, di diventare medico, e ancora oggi di diventare sacerdote(sse) nelle religioni principali. A questo proposito è quasi paradossale considerare che i preti indossino un abbigliamento femminile come la gonna perché hanno bisogno di entrare nella loro parte femminile per connettersi con il divino (le donne sciamane affermano inoltre che la gonna permetta alla donna di connettersi con la terra). Anche l’uomo ha naturalmente accesso alla sfera divina, ma per compiere ciò gli viene richiesto di prendere contatto con la propria energia femminina.

Tutto quanto appena illustrato ha addomesticato la bambina “selvaggia” e l’ha resa una brava fanciulla, dolce, graziosa, sorridente e composta, e che dice sempre di sì perché desidera piacere e compiacere. Questo ha tolto alla bambina la sua forza vitale e piano piano ha reso addomesticata anche la donna adulta (interessante in questo senso anche la canzone “She Wolf”, e il relativo video, dell’artista Shakira – LINK).

C’è chi sostiene che le donne fanno (e facevano) paura anche perché, come il loro tipo di orgasmo, non sono controllabili; di contro all’orgasmo maschile che si presenta come prettamente meccanico. Anche per questo motivo la sessualità femminile a cui si assiste in questa epoca storica è la cartina di tornasole di un malessere più profondo. Questa società a stampo maschile ha trasformato anche le donne in “scopatrici” (ennesimo caso di caricatura mascolinizzata), tanto che questo linguaggio si sente tutti i giorni anche in bocca a ragazzine molto giovani. Ma sappiamo che anche le parole che usiamo creano emozioni che a loro volte creano comportamenti, di conseguenza ci troviamo sicuramente di fronte a una condizione allarmante. Perché anche le donne ora vanno in ansia da prestazione, hanno bisogno di sentirsi dire che sono state brave, come se il sesso fosse divenuta la merce di scambio per ottenere affetto e autostima. Sembra dunque che anche in questo frangente le donne abbiamo scordato che l’unica bravura a loro richiesta sia quella di contattare il cuore, aprirlo e rimanere nella sua centratura; poi solo darsi e rilassarsi perché è in questo modo che il loro cuore riesce ad attivare la parte femminile dell’uomo.

La sessualità non serve a dimostrare nulla a nessuno se non a creare un’intimità autentica che diventa anche l’unione di due anime. E’ questo che fa crescere l’amore. E’ la presenza della persona e non la sua prestazione che fa la reale differenza. E’ la donna che deve svezzare l’uomo all’amore, perché quest’ultimo non vi è portato per natura. Perciò se la donna abdica a questo sacro compito, le conseguenze saranno più devastanti di quello che forse crediamo.

L’Inquisizione è ancora nella memoria dei nostri geni – un milione di donne torturate ed uccise
dalla Chiesa Cattolica nell’arco di 5 secoli
Fra il 1227 ed il 1235 fu instaurata l’Inquisizione contro le “streghe” e contro gli “eretici” con una serie di decreti papali. Nel 1252 Papa Innocenzo IV autorizzò l’uso della tortura per estorcere “confessioni” di stregoneria da parte delle donne sospettate. Questo Papa criminale alla sua morte fu sepolto nel Duomo di Napoli con una iscrizione che inizia con queste parole: “Hic superis dignus, requiescit Papa benignus” (traduzione dal latino: qui riposa un Papa benevolo, degno degli dei celesti). Successivamente, Alessandro IV diede all’Inquisizione ogni potere di torturare ed uccidere, in caso di stregoneria coinvolgente l’eresia. 5 Dicembre 1484: Papa Innocenzo VIII emette la bolla “Summis desiderantes affectibus” sulle streghe, che ordinava di inquisire sistematicamente, per scoprire, torturare e giustiziare le streghe in tutta Europa.

Nel “Malleus Maleficorum” (il Maglio delle Streghe), una sorta di “Manuale del perfetto inquisitore”, gli “esperti” della Chiesa Cattolica (ovvero i frati domenicani Heinrich Kramer Institor e Jacob Sprenger) elencavano dettagliatamente quello che combinavano le streghe: «uccidono il bambino nel ventre della madre, così come i feti delle mandrie e dei greggi, tolgono la fertilità ai campi, mandano a male l’uva delle vigne e la frutta degli alberi; stregano gli uomini, donne, animali da tiro, mandrie, greggi ed altri animali domestici; fanno soffrire, soffocare e morire le vigne, piantagioni di frutta, prati, pascoli, biada, grano e altri cereali; inoltre perseguitano e torturano uomini e donne attraverso spaventose e terribili sofferenze e dolorose malattie interne ed esterne; e impediscono a quegli uomini di procreare, e alle donne di concepire…».

Dal 1257 al 1816 l’Inquisizione torturò e bruciò sul rogo milioni di donne innocenti. Erano accusate di stregoneria e di eresia contro i dogmi religiosi e giudicate senza processo, in segreto, col terrore della tortura. Se “confessavano” erano dichiarate colpevoli di stregoneria, se invece “non confessavano” erano considerate eretiche, e poi arse sul rogo. In pratica, dunque, non sfuggiva nessuno. Alcune erano sottoposte alla prova della pietra al collo, la presunta colpevole veniva cioè gettata in acqua legata a una pietra. Se annegava era innocente, se invece restava a galla era una strega … in ogni caso moriva!

In tre secoli alcuni storici hanno stimato che furono sterminati nove milioni di streghe, all’80% donne e bambine. Le donne venivano violentate oltre che torturate; i loro beni erano confiscati fin dal momento dell’accusa, prima del giudizio, poiché nessuno era mai assolto. La famiglia intera veniva spossessata di ogni bene; si dissotterravano persino i morti per bruciarne le ossa.

Il Malleus Maleficorum stabiliva che la strega accusata doveva essere “spesso e frequentemente esposta alle torture”. Le cacce alle streghe erano campagne ben organizzate, intraprese, finanziate ed eseguite dalla Chiesa e dallo Stato. Questo regime di terrore durò cinque secoli, sotto la benedizione di almeno 70 Papi, tutti in qualche modo compromessi con questi orrendi crimini. Ma a cosa serviva il terrore? A dominare e sfruttare le popolazioni, a sottomettere i ribelli, a imporre una religione non voluta dal popolo e ad arricchire i dignitari (le autorità religiose) e i loro complici (gli inquisitori). Questi ultimi godevano di privilegi particolari ed erano al di sopra della legge.

E perché le donne costituivano il bersaglio preferito? Perché si voleva eliminare il principio femminile. D’altronde non si sentirebbe la necessità di sottomettere o eliminare qualcosa o qualcuno che non si ritenga molto potente e per questo potenzialmente sovversivo e pericoloso.

Di seguito un piccolo pensiero di Osho a tal proposito, estrapolato dal suo libro “The Hidden Splendor – Talk no. 22”:
“Il cristianesimo ha distrutto migliaia di donne sagge bruciandole vive. Persino la parola “strega”, che significa “donna saggia” e nient´altro, è diventata piena di condanna e la stessa cosa è avvenuta nell´Est. Tutte le religioni hanno proibito alle donne pari opportunità e ne capisco la ragione: se gli fossero state date, esse sarebbero molto avanti nella sperimentazione del divino e questo va contro l´ego dell’uomo… L’uomo ha picchiato le donne, le ha represse, condannate, non sapendo che in questo modo privava metà dell’umanità dal poter crescere spiritualmente; questa metà avrebbe potuto imparare l’arte di salire verso il divino e in questa maniera, anche l’uomo avrebbe potuto percorrere la stessa via, per questo dico che la liberazione delle donne e anche quella dell’uomo, anzi più quella dell’uomo che delle donne… Io so che gli uomini non saranno mai liberi salvo che non lo siano anche le donne. La loro liberazione va di pari passo, perché sono due facce della stessa medaglia…”

Infatti il ruolo naturale di guida esercitato dalle donne nella comunità minacciava il potere delle autorità (principio maschile). Le donne si occupavano della salute (gli uomini imparavano da loro) e trasmettevano le tradizioni; le più anziane arbitravano con saggezza le contese. Avevano un potere e una forza naturali, incarnavano la sovranità del principio femminile con i suoi valori di conservazione, protezione, aiuto reciproco, condivisione e anche tramite questi trasmettevano forza alla popolazione.

Alcune personalità famose caddero vittime dell’Inquisizione. La più nota è senza dubbio Giovanna d’Arco, la pastorella che assunse il comando dell’esercito, salvò la Francia dall’invasione nemica e rimise sul trono il legittimo sovrano. Fu però accusata di stregoneria ed eresia perché indossava i pantaloni e cavalcava come un uomo e fu quindi bruciata viva. Ora però è canonizzata.

Uomo o donna, chiunque usasse la testa costituiva una minaccia alla ricchezza e al potere di una minoranza di privilegiati e andava quindi eliminato. Una donna simile veniva giudicata una strega e bruciata, dopo di che ci si impadroniva dei suoi beni. Qualunque donna non sposata dotata di un’abilità insolita o caratterizzata da un tratto particolare (per esempio i capelli rossi) rischiava l’accusa di stregoneria e quindi la morte. Anche questa è la memoria impressa nel DNA degli esseri umani.


Un nuovo tipo di leadership

“Le donne accettano la loro sottomissione
per evitare la fatica di essere veramente se stesse”
(Simone de Beauvoir)

 Sono sempre di più le donne che raggiungono risultati d’eccellenza e occupano posizioni di prestigio, eppure quando si tratta di chiedere un aumento di stipendio o trattare per un avanzamento di carriera, le donne hanno ancora difficoltà a farsi valere.

Secondo una ricerca dell’Università di Austin in Texas, infatti, le donne tendono a chiedere meno di quello che dovrebbero e hanno paura a far rispettare le loro richieste quando si tratta di retribuzione. I ricercatori hanno simulato un processo di negoziazione, i cui partecipanti (uomini e donne) dovevano negoziare il loro salario iniziale o quello di un amico tramite 5 round di offerta e controfferta. Prima di iniziare la negoziazione, le donne – a differenza degli uomini – temevano di essere percepite come troppo esigenti e incalzanti nelle loro istanze e quindi penalizzate nell’esito finale. E questo si è verificato solo nel caso in cui avessero dovuto negoziare il loro stipendio, non quello di un amico. In quest’ultima situazione, le donne non avevano il timore di farsi avanti.

Egualmente interessante il Progetto di Ricerca portato avanti da Inge Boets, un’altissima dirigente all’interno della multinazionale “Ernst & Young”. Questa professionista di origine belga è l’unica donna tra i 13 manager più potenti di questa Società presente a livello globale e dirige qualcosa come 10.000 persone sotto di lei. Colpita e rattristata dal fatto di essere l’unica rappresentante femminile ai vertici aziendali e stupita nel non vedere nessuna collega sopra di lei ma neanche sotto di lei per parecchi livelli, decise di implementare una sorta di inchiesta non solo interna (“Ernst & Young” effettua consulenze per le maggiori aziende mondiali quindi la Boets ebbe modo di estrapolare dati da un panorama assai ampio e significativo) per comprendere appieno questo fenomeno. Fu dunque con sommo stupore che si sentii rispondere dalle impiegate stesse che il motivo reale per cui non tentavano neppure un avanzamento di carriera non era tanto il timore del cosiddetto “muro di vetro”, ovvero di un eventuale (in quanto tradizionalmente diffuso) ostracismo maschilista, bensì la paura di non valere abbastanza e di non essere all’altezza delle competenze professionali e della posizione lavorativa. Dunque il disagio è forse ancora più profondo; non è solo una società ancora a stampo “fallocratico” a svantaggiare il ruolo delle donne nel mondo del lavoro, ma il fatto che sono le donne per prime a sentirsi ancora esseri inferiori. Il lavaggio del cervello compiuto in migliaia di anni di storia ha avuto comprensibilmente ed ovviamente il suo effetto.

A tal proposito, esiste anche ciò che Sheryl Sandberg, nel suo libro “Fatevi avanti” chiama la sindrome dell’impostora. La sindrome dell’impostora riguarda la fiducia in noi stesse e il non sentirci mai all’altezza della situazione. Se veniamo elogiate per i nostri risultati, invece di esserne gratificate, ci convinciamo di non aver poi fatto granché e che ci sarebbe riuscito chiunque. Quando ci viene dato un riconoscimento pensiamo di non meritarlo. Quando riceviamo una promozione abbiamo paura di deludere. Quante volte ci sminuiamo e non riconosciamo i nostri successi e i nostri traguardi? Anche quando sono gli altri a riconoscerceli, minimizziamo dicendo “lo potevano fare tutti”, “non ho fatto niente di speciale” e così via. Per poter esprimere le nostre potenzialità è necessario imparare ad avere fiducia in noi stesse. Se non crediamo noi stesse, per prime, alle nostre capacità non ci sarà alcun riconoscimento esterno in grado di convincerci del nostro valore.

A tal proposito vale la pena parlare del concetto di leadership. Per liberarla occorre tener presente che esiste una leadership salutare e una malsana. Esiste la leadership di vecchio tipo, quella autoritaria e basata sul controllo, sulla manipolazione, sulla paura, sulla gerarchia e quella “nuova”, dove la visione è partecipativa e viene condivisa mediante il dialogo. In questo caso, il leader è prima di tutto un buon ascoltatore che riconosce le differenze e potenzia l’unicità delle persone.

Nella vecchia leadership c’era una persona al comando da sola che fingeva di avere tutte le risposte, di non avere dubbi, di essere sicuro di sé e delle proprie scelte. Molte donne non si considerano leader perché si paragonano a questo modello di “uomo alpha man, carismatico, attivo e strategico”. Ma se nessuna di noi desidera essere là davanti da sola un motivo c’è. Nessuno può farcela da solo, nessuno da solo ha tutte le capacità che servono.

Ecco cosa dice Michael Hall, il padre della Neurosemantica: “Al giorno d’oggi non abbiamo bisogno solo di leader migliori, abbiamo bisogno di un nuovo tipo di leader. Sono finiti i tempi dei leader autoritari di tipo gerarchico che basavano il loro ruolo sul comando e sul controllo. Ciò di cui abbiamo bisogno oggi sono leader illuminati capaci di comprendere la natura umana, le relazioni, l’intelligenza emotiva, il cambiamento e lo sviluppo personale”.

La nuova leadership è dunque autorevole, democratica, partecipativa, tutte caratteristiche guarda caso tipicamente femminili! Questo non significa che anche un uomo non possa possederle, anzi, ma significa che sono riconducibili ad un’energia prettamente femminile. Potremmo dunque vedere il nuovo leader come qualcuno che ha una idea, una visione, un obiettivo utile per la comunità, la famiglia, o il gruppo e che guida questi stessi verso questo obiettivo mettendosi al loro servizio (a tal proposito, negli anni ’70, Robert K. Greenleaf conia il termine di “servant-leadership”). John Maxwell diceva: “Colui che pensa di condurre, ma non ha chi lo segue, è solo uno che sta facendo una passeggiata”. Un leader è quindi anche qualcuno che riesce a farsi seguire dagli altri.

Per liberare la propria leadership occorre capire che la leadership è contestuale. Nessuno di noi è sempre un leader. Il leader assoluto non esiste. In alcune situazioni siamo in grado di offrire una guida ed in altre no. A volte conduciamo, a volte seguiamo a seconda del momento, del contesto, delle capacità, della circostanza. Un leader è qualcuno che è anche in grado di seguire, se serve.

Ciò che limita il nostro potenziale e le nostre capacità di leadership sono i condizionamenti. Ci hanno fatto credere che la vulnerabilità è debolezza, che la dolcezza è da femminucce, che la compassione non ci fa essere razionali e ci porta a cattive decisioni, che le emozioni sono infantili e che se mostriamo caratteristiche femminili come pazienza, vulnerabilità, apertura, empatia siamo deboli.

Per liberare la propria leadership occorre quindi lavorare su di sé, imparare a conoscersi, a gestire le proprie emozioni, a sviluppare empatia, compassione, passione, pazienza, resilienza (cioè la capacità del corpo e della mente di riguadagnare l’equilibrio e la serenità dopo essere caduti a terra). Occorre essere congruenti e camminare noi per primi il sentiero che chiediamo agli altri. Occorre avere l’umiltà di guidare con l’esempio.

Abbiamo bisogno di leader auto-realizzati: uomini e donne che percorrano un percorso di crescita evolutiva, che siano loro stessi creativi, appassionati, impegnati ed efficaci nello sviluppare una visione del mondo ricca di significati. Abbiamo bisogno di leader illuminati nelle nostre famiglie, negli affari, nelle comunità, nelle istituzioni e nei governi.

Molto spesso tendiamo a cadere nella trappola di essere “carine” a tutti i costi, per esempio non diciamo quello che pensiamo, soffochiamo la nostra voce, diciamo che va bene quando non è vero. Dobbiamo dire invece la nostra verità con ferma gentilezza (perché la nostra è una forza morbida!), altrimenti il rischio è di passare dalla carineria tutta sorrisi alla frustrazione (o alla rabbia o alla critica).

É un atteggiamento comune nelle donne quello di sminuire il proprio valore, i propri successi. Minimizziamo il nostro operato invece di celebrarlo. Dobbiamo imparare ad apprezzare ciò che abbiamo attorno a noi e imparare a chiedere! Non dobbiamo erigerci a eroine della situazione. Come dicevamo prima, nessuno ha mai fatto niente da solo.

Dobbiamo portare l’attenzione dentro di noi e chiederci: cosa voglio veramente? Cosa mi rende veramente felice? Anziché monitorare continuamente lʼambiente esterno alla ricerca di approvazione (o cercando di evitare critiche). In questo modo possiamo capire cosa ci dà valore come donne e cosa dà valore alla nostra vita.

Per molto tempo e in molte culture quello che ha dato valore certo alla vita di una donna era la bellezza. Se era bella, aveva potere sugli uomini (per esempio), ma questo rischiava anche di non spronare le donne stesse a cercare valore in altre cose e finiva per relegarle nel ruolo di un oggetto carino, un bel soprammobile.

La manager belga Inge Boets ci racconta altro della sua esperienza professionale: “Non è per nulla semplice lavorare in un mondo maschile. Mi ricordo le prime riunioni con i responsabili mondiali, 12 uomini ed io. Tutti si interrompevano a vicenda, battevano i pugni sul tavolo, urlavano se erano in disaccordo, non illustravano il loro punto di vista ma dichiaravano la verità assoluta e sgomitavano per essere al centro dell’attenzione sotto gli occhi del mega capo. Per diversi mesi sono stata considerata debole, poco assertiva e addirittura sottomessa solo perché lasciavo che le persone finissero il loro discorso e, prima di ribattere, tentavo di capire davvero il loro punto di vista. Poi ho cercato di imitarli, riuscendoci, peraltro, malissimo. Quando mi hanno promossa non avrei mai immaginato che le differenze con i colleghi maschi sarebbero stati così forti. Ovviamente anche la gestione delle emozioni era completamente diversa. Mi è sempre stato detto che non era opportuno piangere in ufficio e, il giorno in cui mi è successo, mi sono vergognata terribilmente. Sentivo la necessità di scusarmi per come ero. Anche per questo al lavoro sono sempre stata giudicata insicura e con poca personalità perché ho spesso dubbi e desidero confrontarmi con i colleghi. Anche dopo aver preso una decisione, soprattutto se è importante, continuo a valutarla. Fino ad oggi ho pensato fosse una mia debolezza, mentre ora capisco che è solo un aspetto della leadership al femminile. Il mondo del lavoro è dunque decisamente coniugato al maschile, ma non solo perché ai vertici la maggioranza è composta da uomini, ma perché gli unici modelli a cui ci possiamo rivolgere sono di tipo maschile. Uomini a cui a loro volta era stato insegnato che per essere ascoltati bisogna alzare la voce, che nel business non ci si può affidare all’intuito e che a contare sono solo fatti e numeri, che il potere sta nel comando e che le emozioni, la dolcezza e la compassione sono qualità limitanti per il successo. Anche per questi motivi qualche anno fa ho fondato un Gruppo di Ricerca a livello mondiale proprio per aiutare le donne nelle aziende. Ma anche perché credo che occorrono donne nei ruoli chiave per realizzare nuovi modelli di leadership che siano di sopporto anche agli uomini. Perché, al di là delle differenze di base, persino molti uomini sarebbero più creativi, meno aggressivi, più collaborativi se non avessero paura di risultare deboli agli occhi altrui. Da secoli noi donne siamo abituate a lavorare insieme, a chiedere e dare consigli, a riconoscere i nostri errori, a cambiare idea senza per questo sentire minacciata la nostra autorità. Se eliminiamo la competizione tra di noi, a cui siamo state abituate da migliaia di anni di cultura patriarcale che ci spingeva a gareggiare per i favori dell’uomo migliore, queste qualità naturali potranno riemergere e saremo in grado di trasformare gli schemi femminili di competizione in collaborazione e sorellanza.”

Odile Robotti, autrice, formatrice e professoressa presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, scrive nel suo blog (www: leadershipfemminile.org/chi-siamo): “Molto spesso, le donne si adeguano allo stile di leadership maschile, pur senza sentirlo proprio. Indossano la corazza per riuscire a fare carriera, ma questo non fa altro che indurire la loro anima. Ma il danno non è solo a carico delle donne, che finiscono per vivere la propria leadership in maniera un po’ schizofrenica rispetto al proprio essere, ma anche a carico delle organizzazioni e delle società più in generale, che non approfittano del valore della diversità”.


Le donne e il mondo del lavoro

“Rafforzare il potere delle donne è la cosa migliore che possiamo fare per il pianeta. Quando le donne vengono represse tutti perdono. Quando le donne vincono tutti noi vinciamo.” (Louise L. Hay)

 La riprova di quanto esposto nel paragrafo precedente credo sia riscontrabile nella manciata di dati pubblicati da parte dell’ente “Social Watch” (insieme di 400 organizzazioni non governative distribuite in tutto il mondo che controlla le attività sociali a livello globale). Le aree prese in esame sono quelle dell’istruzione, della partecipazione alle attività economiche e dell’empowerment al femminile. Su un totale di 172 paesi analizzati da questo osservatorio economico mondiale circa la situazione attuale delle donne, il mio paese, l’Italia, si trova al 72° posto dietro al Ruanda, alla Tanzania, alla Colombia, alla Tailandia, all’Uganda e alle Filippine. Ma vediamo nel dettaglio:

Laureati:
– Donne: 60% / Uomini: 40%

Occupazione post-laurea:
– 22% delle donne non lavora e non trova lavoro / 9% per gli uomini

Retribuzione:
– fino al 34% di divario nella retribuzione a parità di formazione ed esperienza

Presenza femminile nel top management:
– AZIENDE PUBBLICHE: Donne: 23,3% / Uomini: 76,7%
– AZIENDE PRIVATE: Donne: 10% / Uomini: 90%
– SOCIETA’ QUOTATE IN BORSA (quindi forte influenza sul mercato finanziario): Donne: 6% / Uomini: 94%

Secondo il giornalista Federico Capra e il suo articolo intitolato “Più fatturato se il leader è femmina”, anche nel resto di Europa sono ancora poche le donne con funzioni manageriali. Ma uno studio rivela che le aziende aumenterebbero i guadagni con loro al comando.

Nessuna donna nel ruolo di Amministratore Delegato nelle aziende quotate in borsa e solo l’8% con una posizione di leadership. Succede in Italia. E in Europa il trend non è molto diverso. Appena il 3% delle donne ha la funzione di A.D., mentre il 13% ha funzioni manageriali importanti (Fonte: “Dossier Gender Equality fra Politica, Imprese e Lavoro”, Openpolis, marzo 2015). E pensare che una recente ricerca condotta dall’”American Sociological Association” ha stabilito come l’aumento dell’1% nella diversità di genere all’interno di un’impresa, favorirebbe un incremento del fatturato del 3%. Si intuisce come la ‘guerra dei sessi’ abbia importanti ed evidenti risvolti economici. Il fattore di genere, così, sta diventando sempre più un elemento importante nella fase di selezione del personale con i vertici aziendali che supportano le politiche di pari opportunità nell’89% delle aziende.

“Le donne sanno collaborare, sono comunicative, veloci e intuitive, una risorsa utile per lo sviluppo di un buon business. A partire dal 2012, quelle che hanno deciso di intraprendere o continuare la loro carriera lavorativa in “Avanade” sono aumentate del 40%”, ha spiegato Adam Warby, CEO della Società “Avanade” e creatore del “Women’s Leadership Day”, organizzato per sensibilizzare il mondo su questa tematica. Infatti, nonostante i dati tutt’altro che confortanti, sembra che qualcosa si stia muovendo. Un esempio concreto lo dà “Lidl Italia”. L’azienda leader nella grande distribuzione ha dato il via a un progetto di “diversity management“, con l’obiettivo di sviluppare i talenti manageriali femminili e di farli crescere in azienda attraverso un programma di “mentoring“. Da citare anche il lavoro di “The Coca-Cola Company”, che, entro il 2020 propone di formare 5 milioni di donne alla carriera imprenditoriale.

“È emerso che nel mondo competitivo e tecnologico attuale, dove le possibilità di contatto e di interazione sono cresciute in modo incredibile rispetto a dieci anni fa, le principali rigidità sulle quali intervenire sono fondamentalmente quattro: il supporto organizzativo e familiare allo sviluppo di carriere internazionali anche risiedendo in Paesi esteri per un certo periodo; i programmi mirati di gestione del Talent Management al femminile; il supporto alla gestione equilibrata del rapporto vita personale e lavoro e, infine, non meno rilevante, ripensare al tema della maternità obbligatoria che vede, a norma di legge, l’assenza assoluta dalla vita aziendale della dipendente. Quest’ultimo tema comincia a essere percepito, allo stato attuale, come una potenziale discriminazione», ha spiegato Leonardo Zaccheo, Presidente del “Comitato Human Capital di American Chamber” ed Amministratore Delegato di “Covenant Partners”, durante l’incontro “La diversity come opportunità” organizzato a Milano a luglio 2015 da PWA Milan (Professional Women Association).